Portale di San Giorgio

Portale di San Giorgio
Portale di San Giorgio- Il Viaggio in Sicilia

Il Portale di San Giorgio è il monumento simbolo della città di Ragusa, una delle ultime testimonianze architettoniche sopravvissute al grande terremoto del 1693 che devastò l’intera Sicilia orientale.

L’antica chiesa di San Giorgio a Ragusa Ibla ebbe la massima attenzione da parte del conte Goffredo (morto nel 1120) che modificò, ampliò e arricchì la primitiva chiesa sia negli aspetti architettonici che nell’arredo.

L’ampio portale di San Giorgio faceva parte in origine di una struttura ben più complessa, un’antica Chiesa dedicata al Santo Patrono di Ragusa e costruita a partire dal 1349 in sostituzione di un antico tempio ritenuto inadatto per l’esaltazione della sua figura. Il monumento è realizzato in stile gotico-catalano e risalirebbe al XIV secolo.

La Chiesa al tempo doveva presentarsi maestosa e riccamente decorata. Gli interni conservavano, con molta probabilità, tre navate separate da sette colonne ciascuna e ben dodici altari. Oggi il Portale di San Giorgio non funge più da ingresso al magnifico tempio, crollato a causa del poderoso sisma ma si trova incastrato tra due edifici del 1800, e protetto da una cancellata in ferro ed è uno dei simboli più famosi della città di Ragusa.

Il monumento è decorato da un fascio di sei colonnine su base rialzata con capitelli multipli fogliati. Da questi parte un’altra serie di sei colonnine che sorreggono l’intera struttura. Al centro è presente una “lunetta” dove al suo interno è raffigurato San Giorgio a cavallo che infilza un drago e libera la principessa Berito. A lato, all’interno di due losanghe, sono raffigurate invece due aquile aragonesi, simbolo della famiglia Reale che governava l’Isola.

Sotto la lunetta è presente poi una lapide che reca tale iscrizione: «Qui dove sorgeva il maggior tempio che il terremoto del 1693 rovinava in parte e l’eroica fede dei padri restaurava l’insigne Collegiata di San Giorgio ebbe sua prima sede XXVI Agosto MDCCXXVI I cittadini questo cancello che scopre agli occhi dei passanti il prezioso avanzo del superbo lavoro quattrocentesco in memoria posero XXII Aprile MCMXXVI».


Tribuna
Espressione di stile rinascimentale della bottega dei Gagini dall’iniziale controversa attribuzione orientata al ramo dei Gagini particolarmente attivo in Val di Noto. Gioacchino di Marzo sulla base della documentazione raccolta e delle indagini eseguite ne attribuisce l’esecuzione alla mano di Nicolò di Mineo (1542 – † 1625), longevo artista di Chiaramonte Gulfi, verosimilmente allievo e stretto collaboratore di Giandomenico senior.

La tribuna in origine era composta da cinque nicchie in pietra calcarea locale, decorata con sei colonne corinzie, presentava in posizione centrale San Giorgio a cavallo raffigurato nell’atto guerriero di uccidere il drago, a destra Sant’Ippolito, a sinistra San Mercurio, entrambi in abiti militari e nell’atteggiamento di calpestare col piede le teste recise del nemici. Alla base del manufatto sono inseriti tre altorilievi raffiguranti Storie di San Giorgio, a loro volta fiancheggiati dalle statuette degli apostoli San Pietro e San Paolo.

La “cona” fu voluta dall’aristocrazia cittadina nel 1573 attraverso l’Arciconfraternita della chiesa madre di San Giorgio, commissionata ad Antonino Gagini, membro della famiglia di scultori lapidei operante in Sicilia, contratto testimoniato da ricevuta a lui intestata. L’opera scultorea, in origine collocata nella zona absidale, dopo la demolizione avvenuta nel 1738, fu smontata, nel contempo ridimensionata per essere riadattata in uno spazio più piccolo, con definitiva sistemazione nella attuale sede della sacrestia del Duomo di San Giorgio.

Del primitivo apparato furono recuperate tre nicchie e quattro statue che, pur assemblate in modo alquanto scorretto e scomposito, danno tuttavia una idea della magnificenza dell’opera. Una statua andò irrimediabilmente perduta nel disastro, l’altra mùtila, documentata inserita nel prospetto della facciata, si ammira nel museo del duomo. Recenti interventi di restauro nel 2005 hanno portato alla luce la teoria di Apostoli occultati alla base delle colonne e restituito all’originaria bellezza i medaglioni raffiguranti Adamo, Eva, Davide.


La chiesa prima del terremoto

L’antica chiesa doveva presentare tre navate, separate da 14 pilastri e 12 altari laterali oltre a quello principale. Antistante il tempio vi era un cortile con un muretto e tre cancelli d’accesso, uno per ogni porta. Sulla facciata principale (che non è l’attuale Portale che costituisce l’ingresso laterale destro della chiesa) vi erano cinque statue rappresentanti il Salvatore, i Santi Giovanni Battista ed Evangelista, San Pietro e Paolo.

Un campanile, sul lato sinistro, progettato dall’architetto ragusano Antonino Di Marco ultimato nel 1550 completava il prospetto.

Al suo interno opere pittoriche e statue affollavano le pareti delle navate realizzate da scultori come Giandomenico Gagini, figlio del più famoso Antonello e stucchi del Paparella, artista romano attivo nel ragusano. Il battistero era in pietra pece e sfoggiava iscrizioni sia in latino che in greco.

Già nel 1692 si assiste alla distruzione del campanile ad opera di un fulmine, quindi, l’anno successivo la chiesa crollò quasi del tutto.


Il Portale di San Giorgio oggi

Costruito con blocchi di calcare tenero, dal tenue colore rosato. La lunetta sopra l’architrave rappresenta il santo cavaliere che trafigge il drago, con la regina di Berito, inginocchiata che assiste alla scena. L’arco è contenuto tra due lesene scanalate e lo spazio superiore è arricchito da due grandi losanghe, all’interno delle quali alloggia l’aquila ragusana. Gli interstizi tra le colonne dell’arco sono ornate da figure che rappresentano le arti e i mestierie e lungo tutta la superficie da una teoria di figure mostruose e immaginarie, tra fiori e foglie, eredità dei bestiari medievali. Nelle strombature ha eleganti colonnine a fascio, che si uniscono formando un armonioso arco; l’ultima colonna dei nove fasci non segue l’arco ma si restringe, si alza sugli altri otto per formare un grande fiore.


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